Negli anni Novanta frequentavo i miglioristi del PCI napoletano e pensavo, con la presunzione tipica di chi ha vent’anni e legge troppo, che la fine della Guerra Fredda avrebbe cambiato tutto. Caduto il muro, dissolto il blocco sovietico, venuta meno la conventio ad excludendum che aveva tenuto il PCI lontano dal governo per quarant’anni, la politica italiana si sarebbe finalmente normalizzata: avversari legittimi, alternanza, competizione sui programmi. La roba noiosa e necessaria delle democrazie adulte.
I miglioristi — Napolitano, Chiaromonte, Macaluso — mi sembravano i più attrezzati per quel passaggio. Erano guardati con sospetto perché troppo liberali, troppo poco ortodossi, ma proprio per questo parevano pronti a una politica meno ideologica e più istituzionale.
Avevo torto su quasi tutto.
Non avevo capito che la fine della Guerra Fredda non avrebbe dissolto la contrapposizione profonda della politica italiana. L’avrebbe liberata. Carl Schmitt aveva teorizzato che la politica si struttura attorno alla distinzione amico-nemico: non come degenerazione, ma come elemento costitutivo. Finché il sistema internazionale era bloccato, quella distinzione esisteva ma restava contenuta. Tutti sapevano come sarebbe finita: il PCI non avrebbe governato. Il sistema era rigido, ma stabile.
Quando quel vincolo è venuto meno, la distinzione non è scomparsa. Si è moltiplicata. Ha perso i suoi limiti istituzionali e ha cominciato a cercare nuovi bersagli. Li ha trovati subito. Prima Berlusconi, per vent’anni nemico assoluto, incarnazione di tutto ciò che la sinistra non voleva essere. Poi Renzi, nemico interno. Poi Salvini, poi Meloni e in mancanza di altro, l’antifascismo duro e puro. La lista cambia, la struttura resta. E si intensifica: l’alternanza reale — il fatto che l’avversario possa davvero vincere — ha alzato la posta, trasformando ogni competizione in uno scontro esistenziale. La democrazia maggioritaria, che avrebbe dovuto normalizzare il conflitto, lo ha radicalizzato. Trent’anni dopo Tangentopoli, la contrapposizione è più aspra di quanto fosse nella Prima Repubblica.
Le radici di questa dinamica vengono da lontano. Nel 1981 Berlinguer pose la questione morale come discrimine fondamentale: i comunisti italiani erano diversi, migliori, immuni dalla corruzione che aveva infettato tutti gli altri. Era un’affermazione che in quel contesto aveva una sua forza. Ma conteneva una semplificazione destinata a durare: la trasformazione del conflitto politico in giudizio morale. Il giustizialismo degli anni ’90 non fu una deviazione da quella impostazione — fu la sua evoluzione naturale. La magistratura come strumento di riequilibrio etico, Tangentopoli come conferma provvidenziale di una superiorità a lungo rivendicata.
In quel clima i miglioristi non avevano nessuno spazio. Il loro garantismo appariva ambiguità, la loro disponibilità al compromesso debolezza morale. Vennero progressivamente marginalizzati. I socialisti riformisti che non aderirono a quella logica finirono altrove, spesso in Forza Italia, contribuendo — anche involontariamente — a rendere il garantismo una bandiera associata ai potenti. Berlusconi fece il resto: la sua presenza trasformò la difesa dello Stato di diritto in privilegio di chi aveva qualcosa da nascondere. La contaminazione fu definitiva.
Quella frattura non si è mai ricomposta. Il berlinguerismo originario, ancorato alla storia del movimento operaio, si è trasformato in un progressismo sempre più identitario: antifascismo come liturgia permanente, superiorità morale esibita, avversario trattato come minaccia esistenziale più che come interlocutore. Le forme cambiano, la grammatica schmittiana resta intatta.
E qui sta la nemesi, nel senso più preciso del termine. Le posizioni liberal-socialiste — garantismo, riformismo istituzionale, cultura dello Stato di diritto — che avrebbero dovuto essere il patrimonio naturale di una sinistra matura in continuità con la tradizione della sinistra in Italia, comunisti italiani compresi, si trovano oggi sostenute, in modo contingente e senza vera elaborazione teorica, dalla destra erede del MSI. Mentre il populismo giustizialista, che in tutta Europa occidentale è un fenomeno di destra, in Italia prospera a sinistra. Una sinistra senza riformismo e una destra senza cultura liberale: non un incidente, ma il compimento di un processo lungo trent’anni.
Il referendum giustizia per cui si vota, quello sulla separazione delle carriere, è lo specchio di tutto questo. Non perché la riforma non meriti discussione — la merita, come ogni intervento costituzionale. Ma perché la campagna che l’ha accompagnata ha mostrato con una chiarezza quasi didattica che il merito non c’entra. Quella riforma porta il nome di Vassalli — giurista socialista, padre del codice di procedura penale, espressione di una cultura garantista radicata nella storia della sinistra. La stessa tradizione di Pannella, di Macaluso, dei riformisti che vedevano nello Stato di diritto non un limite ma una conquista. Ma il santino di Berlinguer — incorruttibile, intransigente, moralmente inattaccabile — vale più dell’ex partigiano Vassalli, perfino del magistrato antimafia Falcone. Vale più di qualsiasi argomento tecnico sulla terzietà del giudice. Riconoscere che quella riforma ha radici nella storia della sinistra significherebbe incrinare l’identità. E l’identità non si tocca.
Comunque vada il voto il 23 marzo, una cosa è già scritta: lo spazio per una politica che discuta le riforme nel merito, che riconosca la legittimità dell’avversario, che sostituisca la logica del nemico con quella del programma, rimane stretto, fragile, politicamente poco remunerativo. Quella cultura non è scomparsa — sopravvive come testimonianza, come reperto intellettuale, come nostalgia di chi c’era. Ma è stata resa irrilevante.












