Quando ho fatto il mio primo esame avevo sei anni. Passaggio da prima a seconda elementare (eh si… esisteva pure quello). Dettato, riassunto, calcoli, colloquio su Egizi e fiumi del mondo. Due giorni. Avevo il grembiule blu e il fiocco che mi aveva allacciato mia madre con la stessa solennità con cui mio padre si allacciava la cravatta. Era il 1977, mese di giugno.
Qualche decennio dopo scoprii che l’esame per la seconda elementare di quell’estate era stato l’ultimo. Una legge aveva abolito tutto: esami, voti, verifiche intermedie nelle elementari. Io non lo sapevo, altrimenti avrei festeggiato quasi quanto avevo pianto per la fine di Carosello sei mesi prima.
La scuola del 1976 era una macchina costruita per mettere in soggezione. Il maestro era intoccabile, le famiglie erano schierate con lui, la promozione era sudata, la bocciatura rarissima ma incombente. La mia maestra era giovane, meno spaventosa degli altri. Sfoggiava camicette strette anche in pieno inverno e una pazienza che allora mi sembrava soprannaturale. L’esame era una cosa seria. Noi lo sapevamo e ci toccava studiare.
Nel 1981, quinta elementare, eravamo finiti in un istituto di preti perché la scuola era occupata dagli sfollati del terremoto, con aule ricavate da stanzoni enormi grazie a divisori in compensato. Il maestro Manzi aveva appena preso la sospensione per aver timbrato le schede di valutazione con “quel che può fa, quel che non può non fa”. Anche quell’anno, un esame: la licenza elementare. Scritto di italiano, scritto di matematica, colloquio con il Direttore (in persona). A me chiese se volessi fare il professore come mio padre. Dissi no: volevo fare il cardiochirurgo come Christiaan Barnard.
Da allora, la scuola italiana ha riformato gli esami con cadenza quasi liturgica. Ha abolito, reintrodotto, alleggerito, appesantito, rinominato. Ogni governo ci ha messo il timbro. La novità di oggi è che la maturità torna a chiamarsi maturità. Come se il nome fosse il problema. Due scritti, un orale pluridisciplinare su quattro materie annunciate a gennaio, commissione mista, prove INVALSI requisito di ammissione. Chi rifiuta di rispondere all’orale viene bocciato. Pare sia responsabilizzazione, anche se sa un po’ di riscoperta della ruota.
Cinquant’anni di riforme hanno prodotto un paradosso: pochi esami, ancora meno quelli veri, infinite certificazioni. Si è valutati per l’ammissione, per la progressione, per le competenze trasversali, per il PCTO, per l’educazione civica. Ma la posta in gioco si è alleggerita fino quasi a sparire. La bocciatura sopravvive solo in casi borderline e difficilmente definibili, la promozione è praticamente un diritto acquisito, la sufficienza non si nega a nessuno con troppa convinzione.
Il mio primo esame fu semplice e brutale: o sai o non sai, e se non sai preparati a non andare avanti. Sono nostalgico? Ma no. Era un sistema che produceva danni, esclusioni, bambini schiacciati dalla soggezione prima ancora di capire perché. Però aveva una sua logica. Significava qualcosa per tutti.
Gli esami di oggi misurano competenze trasversali, cittadinanza attiva, orientamento al futuro. Eppure lasciano la sensazione che, in fondo, nessuno abbia davvero più paura di niente. Con buona pace della retorica dei riti di passaggio.
La domanda non è se gli studenti abbiano paura degli esami, perché la risposta è che non ce l’hanno, o quasi. Ad aver paura, al loro posto, sono i professori. La commissione che boccia ricorda quei samurai che si preparano al gesto estremo con tutta la documentazione in ordine. Il voto è un atto che va giustificato, documentato, da difendere davanti ai genitori, al dirigente, perfino davanti al TAR.
Il che potrebbe essere un progresso. O potrebbe essere un problema. Dipende da cosa, esattamente, vorremmo che la scuola faccia.












