Joe Kent non è un pacifista. È un ex Green Beret con undici missioni di combattimento all’attivo, un ex agente paramilitare della CIA, un uomo che ha perso la moglie — ufficiale della Marina — in un attentato in Siria nel 2019. Trump lo aveva nominato direttore del National Counterterrorism Center: uno dei posti più delicati dell’intelligence americana, con accesso diretto alle valutazioni di minaccia che giustificano — o non giustificano — l’uso della forza.
Il 17 marzo si è dimesso. Nella lettera pubblicata su X ha scritto che non poteva “in buona coscienza sostenere la guerra in corso contro l’Iran”, che l’Iran non rappresentava “nessuna minaccia imminente” per gli Stati Uniti, e che la guerra era stata avviata sotto pressione di Israele e della sua potente lobby americana.
È una frase che in bocca a chiunque altro verrebbe liquidata come propaganda filoiraniana o antisemitismo mal camuffato. In bocca a un veterano MAGA con undici dispiegamenti in Medio Oriente, nominato dal presidente in persona, assume un peso leggermente diverso.
Kent ha scritto che funzionari israeliani di alto rango e settori influenti dei media americani avevano condotto una campagna di disinformazione per fomentare la guerra, convincendo Trump che l’Iran rappresentasse una minaccia imminente e che esistesse un percorso chiaro verso una vittoria rapida. “Era una bugia”, ha scritto, “ed è la stessa tattica che gli israeliani hanno usato per trascinarci nella disastrosa guerra in Iraq.” Ha poi aggiunto di non poter sostenere l’idea di mandare la prossima generazione a combattere e morire in una guerra che non porta alcun beneficio al popolo americano.
Trump ha risposto definendolo “molto debole sulla sicurezza” e “non un uomo intelligente”. La portavoce della Casa Bianca Karoline Leavitt ha chiamato le affermazioni di Kent sull’influenza israeliana “offensive e ridicole”. Tulsi Gabbard, direttrice dell’intelligence nazionale e superiore diretta di Kent — già critica vocale delle guerre americane in Medio Oriente — non ha rilasciato dichiarazioni pubbliche da quando la guerra è iniziata. Il silenzio come risposta è, a suo modo, una risposta.
Quello che rende la vicenda interessante non è tanto il gesto di Kent in sé, quanto il contesto in cui avviene. La sua lettera di dimissioni segue la scia di alcuni influencer della destra americana — Tucker Carlson, Megyn Kelly, Marjorie Taylor Greene — che si sono opposti apertamente alla guerra, spesso accompagnando la critica con attacchi a Israele. Non è una dinamica nuova nella storia americana, ma è la prima volta che si manifesta così esplicitamente all’interno di un’amministrazione Trump, da parte di un uomo che Trump stesso aveva scelto.
Il senatore dem Mark Warner, che aveva a lungo criticato Kent per i suoi legami con l’estrema destra e le sue teorie del complotto, ha dichiarato che sul punto specifico Kent aveva ragione: non esisteva nessuna prova credibile di una minaccia imminente da parte dell’Iran che giustificasse una guerra di scelta. È il tipo di accordo trasversale che non capita spesso a Washington, e che di solito segnala qualcosa.
Il nodo è semplice e imbarazzante: l’amministrazione ha faticato a spiegare in modo coerente perché l’Iran rappresentasse una minaccia imminente. Le versioni si sono sovrapposte e contraddette — Rubio aveva detto che la minaccia era imminente perché Israele stava per colpire per conto proprio e l’Iran avrebbe risposto contro basi americane; poi quella versione era stata ritirata. Nel frattempo tredici soldati americani sono morti, circa duecento sono stati feriti, e nessuno ha ancora spiegato con precisione in nome di quale interesse nazionale.
Kent lo sa meglio di chiunque altro. Per questo si è dimesso. Per questo la sua lettera fa più rumore di quanto la Casa Bianca vorrebbe ammettere.












