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Carta del Docente: un taglio chiamato “ampliamento”

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L’idea della politica come arte del possibile è un’idea alta. Quella della politica come arte in cui tutto è possibile è invece la malcelata convinzione che il cittadino sia un credulone fessacchiotto.

Per scrivere un comunicato come quello che il Sottosegretario all’Istruzione e al Merito, onorevole Paola Frassinetti, ha ritenuto opportuno diffondere a proposito della Carta del Docente bisogna pensare che il cittadino, quantomeno, non abbia una calcolatrice.

La sottosegretaria afferma, con la serenità di chi evidentemente non teme il ridicolo, che il Governo ha “ampliato la misura”. Ampliato. La misura. Ora, siccome le parole hanno un peso, e siccome nelle scuole italiane — quelle stesse scuole di cui il Sottosegretario dovrebbe occuparsi con qualche cognizione di causa — si insegna ancora, malgrado tutto, la differenza tra un soggetto e un complemento oggetto, sarà bene chiarire un punto elementare: non si è ampliata la misura, si è ampliata la platea. La misura, al contrario, si è ristretta. Da cinquecento euro a trecentottantatré. Centodiciassette euro in meno.

E tuttavia non è l’errore lessicale — che potrebbe essere semplice sciatteria, e la sciatteria in politica è peccato veniale — a rendere quel comunicato un piccolo capolavoro di mistificazione. È la struttura logica dell’argomento, la sua architettura retorica, che rivela qualcosa di più profondo di un semplice taglio mascherato. Rivela una concezione del rapporto tra Stato e insegnanti che questo governo condivide, a ben vedere, con tutti quelli che lo hanno preceduto.

Il ragionamento della Frassinetti è il seguente: il Governo ha esteso la Carta del Docente a duecentocinquantamila precari che ne erano esclusi, dunque ha fatto un’opera buona, dunque le critiche sono strumentali.

Senonché il ragionamento è falso. Già sulla premessa ci sarebbe da dire, visto che l’estensione ai precari (doverosa sul piano politico) era stata imposta da decine di sentenze che il Ministero perdeva con regolarità imbarazzante, e contestarla sarebbe disonesto.

Ma è totalmente falso nella conclusione. Perché l’estensione ai precari non è stata finanziata con risorse aggiuntive. È stata finanziata con i soldi che erano già stati destinati ai docenti di ruolo.

La torta, come hanno scritto con ammirevole chiarezza centinaia di insegnanti sui social, è rimasta esattamente la stessa: quattrocento milioni. Solo che adesso le fette sono più numerose e, inevitabilmente, più sottili. Non è affatto ampliamento ma redistribuzione al ribasso; la solita economia di bilancio spacciata per politica scolastica generosa.

E fin qui potrebbe starci la rassegnazione del cittadino consapevole di vivere in tempi di vacche magre (per i docenti sempre più magre): non ci sono i soldi, ci sono le sentenze da rispettare, ci sono i precari da non discriminare. Pazienza.

Solo che il comunicato Frassinetti raggiunge vette di involontaria rivelazione quando aggiunge, pensando così di sottolineare la magnanimità del Governo, che oltre all’ampliamento della misura, sono stati dati duecentottantuno milioni di fondi europei per “rafforzare le opportunità di formazione, consentendo alle scuole di sostenere direttamente l’aggiornamento professionale dei docenti”. Alle scuole.

A questo punto il cittadino con calcolatrice alla mano, sospettando di essere stato preso per fesso, due calcoli se li fa e si chiede: ma con duecentottantadue milioni a disposizione non si poteva lasciare l’importo della carta del docente a cinquecento euro?

Prende la calcolatrice e scopre con i numeri che la carta del docente poteva addirittura essere aumentata di quasi duecentocinquanta euro a testa, che per rimanere ai cinquecento ne sarebbe bastato appena un quinto.

E qui il cittadino si ferma e si chiede: ma allora perché alle scuole e non ai docenti? Perché questa distinzione non è un cavillo burocratico: è il cuore politico dell’intera operazione.

Quei duecentottantuno milioni, se fossero stati destinati a integrare la Carta del Docente, avrebbero risolto il problema alla radice: cinquecento euro ai docenti di ruolo, cinquecento euro ai precari, nessuno defraudato, nessuno costretto a ringraziare per un taglio. Invece no.

Dare i soldi della formazione alle scuole anziché ai docenti significa decidere che non sarà più l’insegnante a scegliere quale libro comprare, quale corso frequentare, quale percorso culturale costruirsi, ma sarà l’amministrazione della singola scuola — con le sue priorità, le sue convenienze, i suoi rapporti con gli enti accreditati — a stabilire cosa serve e cosa no. È una scelta di potere, non di efficienza. E il fatto che venga presentata come un “rafforzamento delle opportunità” aggiunge al danno una beffa linguistica che ha qualcosa di orwelliano.

Chi conosce la scuola italiana — non quella dei convegni ministeriali, non quella dei documenti programmatici, ma quella vera, quella dei corridoi e delle aule e dei consigli di classe alle sette di sera — sa perfettamente cosa accade quando i fondi per la formazione passano attraverso i canali istituzionali. Diventano corsi a catalogo, quasi sempre mediocri, quasi sempre scelti con criteri che rispondono più alla necessità di spendere entro le scadenze che all’esigenza di formare davvero qualcuno. Diventano, insomma, quella cosa che la scuola italiana sa fare meglio di qualunque altra istituzione al mondo: la simulazione della sostanza, l’apparenza al posto della cosa.

E poi c’è la questione dei tempi, che nel comunicato viene liquidata con una formula di disarmante candore: il ritardo nell’attivazione della Carta sarebbe “legato proprio al lavoro necessario a questo ampliamento”. Siamo a marzo. La scuola è iniziata a settembre. Per sei mesi i docenti italiani hanno anticipato di tasca propria — libri, abbonamenti, corsi, materiali — ciò che lo Stato aveva promesso e non ha mantenuto. Sei mesi. In qualunque altro settore, un fornitore che paga con sei mesi di ritardo riceverebbe una diffida. Nella scuola, riceve un comunicato in cui si spiega che il ritardo è la prova della cura.

Un docente di filosofia, nei commenti al comunicato Frassinetti, ha citato Kant e la sua critica all’argomento ontologico di Anselmo: l’idea di avere cento talleri in tasca è cosa assai diversa dall’averli davvero. E questo è forse il punto più profondo dell’intera vicenda, al di là dei numeri e delle polemiche. C’è un governo che parla di valorizzazione, di merito, di crescita educativa nazionale, e che nel frattempo riduce la Carta, ritarda i pagamenti, sposta il controllo della formazione dal docente al dirigente. C’è una classe politica che ha fatto della parola “merito” un’insegna ministeriale, e che del merito pratica sistematicamente il contrario: non premiare chi lavora bene, ma togliere a tutti un poco perché i conti tornino.

Il comunicato si chiude con la formula di rito: il Governo Meloni “dimostra ancora una volta di voler valorizzare concretamente il lavoro di chi ogni giorno contribuisce alla crescita educativa nazionale”. Concretamente, certo. Con centodiciassette euro in meno. Con sei mesi di ritardo. Con la formazione sottratta alla libertà individuale e consegnata alla gestione burocratica. Con un comunicato che chiama ampliamento ciò che è un taglio.

Ma forse è proprio questa la concretezza di cui si parla: quella di chi sa che i docenti italiani, alla fine, incasseranno anche questa, perché hanno sempre incassato tutto, perché la scuola del quieto vivere funziona così, perché protestare costa fatica e la fatica, con gli stipendi che ci sono, è una risorsa che non si può sprecare. Lo sanno, al Ministero. Ci contano. E per ora, bisogna ammetterlo, non hanno tutti i torti.

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