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La sinistra e la separazione delle carriere: quando avevano ragione prima di avere torto

C’è una data che vale la pena ricordare: 12 giugno 2001. Il giorno prima, 11 giugno, si era insediato il governo Berlusconi II, trionfatore delle elezioni del 13 maggio. Il giorno dopo, due deputati di Rifondazione Comunista — Giuliano Pisapia e Giovanni Russo Spena — depositano una proposta di legge per limitare il passaggio dei magistrati dalla funzione requirente a quella giudicante.

Il tempismo è tutto. La separazione delle carriere stava diventando un tema berlusconiano, intrecciato con i conflitti tra l’esecutivo e le procure che indagavano il Cavaliere. Pisapia e Russo Spena la propongono lo stesso, con convinzione genuina. Quella convinzione si scontrerà quasi subito con la realpolitik del centrosinistra, che trasformerà una questione tecnico-costituzionale in una questione di fedeltà di parte.

La proposta non verrà mai calendarizzata, mai discussa in commissione, mai votata. Morirà in archivio per ragioni che non hanno nulla a che fare con il merito giuridico. Dentro il centrosinistra nessuno vorrà sostenerla: DS e Margherita tacciono, gli alleati guardano dall’altra parte. Il motivo è semplice e brutale — sostenere quella riforma significava apparire complici di Berlusconi, che nel frattempo agita lo stesso tema per tutt’altri scopi, ovvero per alleggerire la pressione delle procure sulle inchieste che lo riguardano direttamente. L’ANM e le correnti progressiste della magistratura, fanno il resto, esercitando una pressione a cui nessuno ha voglia di resistere. Pisapia e Russo Spena si ritrovano soli: la loro proposta era tecnicamente ineccepibile ma politicamente impossibile.

E cozzano contro la regola aurea della politica italiana: le riforme giuste diventano sbagliate nel momento esatto in cui a propugnarle è la parte avversa. Vale per i condoni, vale per i mercati, vale — con geometrica precisione — per la separazione delle carriere in magistratura. La memoria si accorcia, le posizioni si invertono, e ciò che ieri era un principio diventa oggi una minaccia. Non perché sia cambiato qualcosa nel merito, ma perché è cambiato chi è disposto a firmare la legge.

Le motivazioni di Pisapia e Russo Spena erano cristalline, quasi elementari: il pubblico ministero è una parte processuale, il giudice deve essere terzo e imparziale, le due figure richiedono attitudini, habitus mentali e professionalità diverse. Lo dicevano loro. Lo aveva detto prima di loro Giovanni Falcone, nel 1989, con una lucidità che avrebbe dovuto mettere fine al dibattito: “Disconoscere la specificità delle funzioni requirenti rispetto a quelle giudicanti equivale, paradossalmente, a garantire meno la stessa magistratura.”

Il viatico di Falcone viene citato esplicitamente dai due di Rifondazione che ricorrono al suo pensiero per certificare la bontà della proposta. Il magistrato ucciso dalla mafia è diventato uno dei santini di cui a sinistra si tende a invocare il nome con sacrale reverenza ogni volta che si parla di giustizia. È lui che chiedeva la separazione delle carriere. Ma niente da fare. La proposta non arriverà mai in aula.

Vent’anni dopo, la riforma Nordio introduce nel sistema — con ben altra portata, attraverso revisione costituzionale — esattamente quella distinzione che Pisapia e Russo Spena invocavano. E la sinistra? Insorge. Parla di attacco alla democrazia, di magistratura consegnata al governo, di smantellamento dello Stato di diritto. Gli stessi argomenti che la proposta del 2001 smontava punto per punto, con dovizia di citazioni costituzionali e comparazioni europee.

Vale la pena soffermarsi sul dettaglio più imbarazzante: la proposta Pisapia-Russo Spena citava esplicitamente il modello francese, quello tedesco, quello svedese, quello anglosassone. La quasi totalità dei paesi europei, scrivevano, ha già operato una netta distinzione tra le due funzioni. L’Europa era un argomento a favore della riforma. Nel 2024, quando quella stessa Europa rimane allineata sulle stesse posizioni, l’argomento comparativo è sparito dal dibattito progressista come per incanto.

Quanto alla questione del pubblico ministero dipendente dall’esecutivo, lo “spauracchio” — parola di Falcone — agitato ogni volta che si parla di differenziazione delle carriere, Pisapia e Russo Spena erano categorici: l’obbligatorietà dell’azione penale sancita dall’articolo 112 della Costituzione e l’indipendenza della magistratura garantita dall’articolo 104 rappresentano argini insuperabili. Non lo diceva Berlusconi per difendersi dai magistrati. Lo dicevano due parlamentari di Rifondazione Comunista, partito che con il garantismo aveva un rapporto quantomeno complicato.

La sezione di questo blog si chiama “Gli ingranaggi” perché prova a guardare come funzionano davvero le cose, al di là della narrativa ufficiale. Ebbene: uno degli ingranaggi più affidabili della politica italiana è quello per cui la memoria è selettiva, le posizioni sono reversibili e le coerenze sono una variabile dipendente dall’identità del proponente. Nessun cinismo ma osservazione empirica, confermata da un po’ di memoria storica.

Pisapia diventerà poi un simbolo della sinistra moderata milanese, mentre Russo Spena è scomparso dalla scena. La loro proposta di legge resta a dormire negli archivi parlamentari, dove evidentemente nessuno dei loro eredi politici ha pensato che fosse il caso di andarla a rileggere. Giusto per evitare che qualcuno gliela ricordasse…

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