Il 22 e 23 marzo si vota. Non su un dettaglio procedurale, non su una virgola dell’ordinamento giudiziario. Si vota su una riforma costituzionale che ridisegna l’architettura della magistratura italiana: separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, due Consigli superiori distinti, un’Alta Corte disciplinare, il sorteggio dei componenti togati. Il centrodestra la presenta come modernizzazione. L’opposizione come un assalto all’indipendenza dei giudici. Entrambi hanno ragione, ed entrambi mentono. Perché la partita vera si gioca altrove: su quel ventre molle dello Stato — la magistratura — che da trent’anni esercita un’autorità percepita come intoccabile e che qualcuno, finalmente o pericolosamente a seconda dei punti di vista, prova a riportare dentro un perimetro di regole esplicite.
La “giustizia giusta” non l’ha inventata Nordio
Chi segue queste cose da un po’ — e qui parliamo di decenni, non di legislature — sa che la separazione delle carriere e la responsabilità civile dei magistrati non sono creature del ministro Nordio né della premiership Meloni. Sono il lascito di Marco Pannella e della campagna radicale che sulla giustizia costruì alcune delle sue battaglie più ostinate. Nel novembre 1987 gli italiani votarono un referendum sulla responsabilità civile dei magistrati: vittoria schiacciante, oltre l’80% di sì. Il caso Tortora aveva reso popolarissima la causa. Poi il Parlamento fece quello che il Parlamento italiano sa fare meglio: approvò una legge — la Vassalli, aprile 1988 — che sulla carta recepiva il volere popolare e nella sostanza lo svuotava, scaricando la responsabilità sullo Stato e proteggendo di fatto il singolo magistrato. In venticinque anni di applicazione, le condanne al risarcimento rimasero meno di una decina.
Pannella ci riprovò: nel 1997, nel 2000, sempre con quesiti referendari su carriere, incarichi, funzionamento del CSM. Parlava di “giustizia giusta”, formula che oggi suona quasi ingenua ma che conteneva un’idea precisa: una magistratura svincolata dalle sue stesse corporazioni, con pubblici ministeri che facessero davvero gli investigatori e giudici che fossero terzi, non colleghi di corridoio di chi sostiene l’accusa.
Il centrodestra oggi riprende quel filo, ma lo tesse su un telaio diverso. Non è più la rivoluzione libertaria di Pannella. È un riequilibrio costituzionale guidato da chi, in trent’anni di conflitto con le procure, ha maturato un interesse diretto a ridimensionare il potere giudiziario. La differenza non è di poco conto: cambia il movente, anche se lo strumento resta lo stesso.
Tangentopoli, o della supplenza permanente
Per capire cosa si vota il 22 marzo bisogna tornare al 17 febbraio 1992, giorno in cui Mario Chiesa venne arrestato al Pio Albergo Trivulzio con sette milioni di lire in tasca, e il sistema politico italiano cominciò a sgretolarsi. Non tutto insieme, non subito, ma con una velocità che sorprese perfino i protagonisti. In pochi mesi le indagini si allargarono da Milano all’intero paese. I numeri finali sono quelli di un evento geologico: oltre 4.500 arresti, 1.069 politici coinvolti, più di 1.200 condanne. E qualche decina di suicidi tra il 1992 e il 1994 — un dettaglio che la retorica celebrativa di Mani Pulite tende a dimenticare.
I pool milanesi — Di Pietro, Colombo, Davigo, Boccassini, con la guida di Borrelli — diventarono eroi mediatici. La politica si dissolveva e le toghe riempivano il vuoto. Non fu un golpe giudiziario, come la vulgata berlusconiana avrebbe poi sostenuto. Fu qualcosa di più sottile e per certi versi più grave: una supplenza. La magistratura non prese il potere. Semplicemente, occupò lo spazio lasciato libero dal crollo dei partiti che avevano governato la Prima Repubblica.
Il punto è che quella supplenza non finì mai. I partiti si ricostruirono, nuovi equilibri presero forma, ma il primato giudiziario — alimentato dalle correnti interne, dal controllo sulle nomine tramite il CSM, dalla copertura mediatica — rimase intatto. E con un’asimmetria vistosa: DC e PSI vennero annientati, il PCI-PDS ne uscì scalfito ma vivo. Non perché i comunisti fossero più onesti — i finanziamenti sovietici erano documentati — ma perché il ciclone giudiziario seguiva la linea di minor resistenza, e colpì dove era più facile colpire.
Berlusconi: trent’anni di guerra alle “toghe rosse”
In questo vuoto si inserì Silvio Berlusconi, che della magistratura fece il nemico assoluto. Per lui era tutto semplice: toghe rosse, complici della sinistra, strumento di persecuzione politica. La narrazione era rozza ma non interamente falsa. Le correnti della magistratura — Magistratura Democratica in testa — avevano effettivamente orientato il dibattito pubblico, e il confine tra indipendenza e interventismo era diventato sottilissimo.
Le riforme Castelli, tra il 2001 e il 2005, tentarono la separazione delle carriere, un CSM a maggioranza laica, una nuova disciplina per i magistrati. L’ANM scioperò, la Corte costituzionale ne bocciò pezzi, il conflitto raggiunse livelli che oggi sembrano quasi folcloristici. Berlusconi perse quella battaglia, ma non la guerra. Oggi Fratelli d’Italia e Forza Italia chiudono il cerchio: non come vendetta postuma, ma come completamento di un progetto trentennale. Il fatto che lo facciano con una riforma costituzionale — e non con un decreto legge o un colpo di mano — dice qualcosa sulla maturità della strategia, se non sulle intenzioni.
Cosa prevede la riforma, al netto della propaganda
Spogliata dalla retorica di entrambe le parti, la riforma fa tre cose.
Primo: separa formalmente le carriere. I magistrati scelgono all’ingresso se fare i giudici o i pubblici ministeri. Diventa più complicati i passaggi dall’una all’altra funzione — passaggi che peraltro erano già diventati rarissimi dopo la riforma Cartabia, meno di trenta l’anno su novemila magistrati. La separazione, insomma, formalizza una realtà già esistente. Il punto, però, non è tecnico: è simbolico e strutturale. Un pm che non è mai stato giudice, e non lo sarà mai, ha un profilo professionale diverso. È un inquirente, non un magistrato che temporaneamente accusa.
Secondo: crea due Consigli superiori della magistratura distinti, uno per i giudici e uno per i pm, entrambi presieduti dal Presidente della Repubblica. I componenti togati vengono selezionati per sorteggio, non più per elezione. Qui sta il cuore politico della riforma: il sorteggio smantella le correnti, che sul voto al CSM avevano costruito il loro potere. Magistratura Democratica, Unicost, Magistratura Indipendente — sigle che al cittadino comune non dicono nulla, ma che dentro i palazzi di giustizia decidono carriere, nomine, trasferimenti.
Terzo: istituisce un’Alta Corte disciplinare di rango costituzionale. I procedimenti disciplinari vengono sottratti al CSM e affidati a un organo separato. L’idea è che chi governa le carriere non debba essere lo stesso che giudica i comportamenti.
Il fantasma di Palamara
Non si può parlare di questa riforma senza nominare Luca Palamara. Non perché il suo caso sia la prova definitiva di un sistema marcio — la realtà è più complessa — ma perché ha reso visibile ciò che prima era soltanto sussurrato: il meccanismo delle correnti che si spartiscono le nomine, i patti tra togati e politici, le cene all’Hotel Champagne dove si decideva chi avrebbe guidato la procura di Roma. Le intercettazioni del trojan sul suo telefono rivelarono un sistema di scambi in cui correnti della magistratura, membri laici del CSM e referenti politici — soprattutto del PD di area renziana — concordavano le caselle come in un gioco di società.
Palamara fu radiato. Cinque consiglieri del CSM furono sospesi. Ma il sistema che lui stesso ha descritto — prima nel libro-intervista con Sallusti, poi nelle sue dichiarazioni pubbliche — quel sistema è ancora lì. Le correnti continuano a operare, le nomine continuano a seguire logiche di appartenenza, e l’unanimità nei voti del plenum, oggi come ai tempi di Palamara, è più spesso il sigillo di un accordo preventivo che il riconoscimento di un merito indiscutibile.
Chi vota Sì a questo referendum usa Palamara come spauracchio. Chi vota No replica che il caso è la patologia, non la fisiologia. Hanno ragione entrambi, ma il punto è un altro: quando la patologia diventa sistematica, la distinzione con la fisiologia perde significato.
Il dilemma: ingerenze trasparenti o ingerenze opache?
Qui arriviamo al nodo vero. I critici della riforma — ANM, CGIL, gran parte dell’opposizione — temono che separare le carriere e introdurre il sorteggio esponga i pubblici ministeri al controllo della politica. Magistrati sorteggiati, privi del sostegno collettivo delle correnti, sarebbero individui isolati di fronte a un potere legislativo ed esecutivo ben organizzato. L’obiezione non è peregrina: un CSM di sorteggiati rischia di essere un CSM di deboli.
Ma il rovescio della medaglia è altrettanto inquietante. Lo statu quo ha prodotto un sistema in cui le ingerenze ci sono comunque — politiche, correntistiche, personali — solo che sono opache, informali, intoccabili. Il potere delle correnti non è previsto da nessuna legge; esiste e basta, come una consuetudine che nessuno ha mai deliberato ma che tutti rispettano. Almeno la riforma rende le regole esplicite. Due CSM, criteri formali, sorteggio: si può discutere se funzionerà, ma è difficile sostenere che il meccanismo attuale funzioni meglio.
Il centrodestra ci guadagna? Certo. Allarga i propri margini su un terreno finora controllato da altri. Ma quel terreno era già politicizzato: semplicemente, lo era a favore di chi oggi si oppone alla riforma. Il che dovrebbe suggerire cautela nel gridare allo scandalo.
Meglio cambiare, o cristallizzare?
In questo referendum non si sceglie tra indipendenza e subordinazione della magistratura. Si sceglie tra due modelli di politicizzazione: uno dichiarato e che si spera perciò regolato, l’altro silenzioso e indubbiamente autoreferenziale. Dopo trent’anni di cicli inconcludenti — riforme tentate, bocciate, dimenticate — un voto Sì forza almeno un’assunzione di responsabilità costituzionale. Non è la riforma perfetta. Ma il suo contrario — lo statu quo — ha prodotto le correnti, Palamara, il primato giudiziario asimmetrico e una giustizia che, a furia di proteggersi, ha smesso di rendere conto.
Rimane il dilemma, e non è retorico: meglio ingerenze dichiarate sperando che così diventino più controllabili, o ingerenze opache e intoccabili da meccanismi espliciti? Ognuno decida per sé. Ma almeno lo faccia sapendo che la scelta non è tra purezza e corruzione. È tra due forme diverse di imperfezione.












