Per quasi metà del quinto ginnasio ho scritto in stampatello. Ripensandoci ora, con le lenti che il ministro Valditara ci ha messo a disposizione, devo ammettere che era un periodo in cui avevo talmente tanta energia e testosterone in corpo da avere sempre voglia di urlare più che di parlare. Il ministro dice che lo stampatello è la calligrafia di chi urla, il corsivo quella di chi riflette. E allora sì, un fondo di verità c’è. A sedici anni si riflette meno e si urla. Io urlavo, se non altro sulla carta, parecchio.
Solo che per me non fu una scelta esistenziale, fu l’effetto di una minaccia. Il professore di allora, uomo d’altri tempi che di certificazioni per la disgrafia non aveva mai sentito parlare e che forse non se ne importava granché, stabilì semplicemente che la mia grafia era incomprensibile (aveva in effetti ragione) e minacciò di non correggermi più il compito se non l’avessi resa leggibile. Io mi piegai, come si fa a sedici anni davanti a un brutto voto in agguato, e passai allo stampatello, almeno nella bella copia. Mi piacque, e continuai. Il professore, soddisfatto del risultato ma non del tutto disarmato, commentò con mia madre che per quella capacità di scrivere in modo incomprensibile ero sicuramente destinato a fare il medico. Professione che forse andrebbe analizzata per capire il fascino che notoriamente esercita sui disgrafici dichiarati o meno.
Il tema della grafia torna nella scuola che le nuove Indicazioni nazionali sembrano voler restaurare, quella del corsivo come segno di raccoglimento, della calligrafia come virtù civile. Il mio professore dell’epoca non era un’eccezione patologica ma la regola. Non c’era spazio per diagnosi troppo sofisticate, il sospetto che una grafia illeggibile potesse essere un problema da indagare e capire, c’era la certezza che fosse un difetto di carattere da correggere a suon di brutti voti. C’era spazio per le minacce.
Il corsivo imposto in quel modo non generava troppe riflessioni, produceva paura, aggiustamento tattico, e come nel mio caso anche un piccolo, involontario atto di ribellione che si è rivelato più comodo del previsto.
È il problema di fondo di ogni retorica della restaurazione, anche quella grafica, che spesso scambia la forma per la sostanza. Il ministro Valditara non è il primo a farlo, e il pacchetto in cui arriva il corsivo riflessivo, quello del latino alle medie, dei “radici e valori dell’Occidente” da studiare “a fondo” per arginare lo “smarrimento delle nuove generazioni”, ha la stessa struttura logica che aveva per prof perfino più vecchi del mio. La grafia corrisponde al carattere; se recupero la forma di un tempo, recupero anche l’ordine morale che quella forma, si suppone, portava con sé. È un sillogismo che funziona benissimo finché non lo si mette alla prova della realtà.
Perché la verità è che chi oggi rimpiange il corsivo come strumento di pensiero critico e riflessivo scrive, nella vita reale, messaggi sul telefono come chiunque altro e la disciplina che si chiede ai ragazzi di sedici anni non è mai quella che si applica a se stessi da adulti. È sempre un po’ un costume da far indossare, una preferenza per correggere uno smarrimento che è comodo attribuire a una penna piuttosto che a classi sovraffollate, edifici scolastici che d’estate diventano forni e un sistema che negli ultimi vent’anni ha cambiato in continuazione le regole del gioco senza mai risolvere i problemi di fondo.
Non so se il corsivo in sé faccia bene o male ai ragazzi di oggi e sospetto che la questione, se presa sul serio, meriti più di un aforisma da intervista radiofonica. So che il mio professore, con tutta la sua severità fuori tempo massimo, non aveva in mente nessuna teoria pedagogica sulla scrittura e il pensiero ma solo un compito da correggere in fretta. E forse la vera domanda, quando si parla di indicazioni nazionali e radici dell’Occidente, non è se i ragazzi sappiano ancora scrivere in corsivo, ma se chi scrive i programmi sappia ancora leggere, senza il filtro della nostalgia, quello che succede davvero nelle aule italiane.
Quanto al destino profetizzato da quel professore, un futuro da medico vista la pessima grafia, devo deluderlo anche postumo, visto che ho fatto altro. Ma la sua diagnosi, va detto, era quantomeno più logica di molte che si leggono oggi nelle circolari ministeriali.












