Home / Gli ingranaggi / ‘O ‘mericano (l’americano)

‘O ‘mericano (l’americano)

meloni e trump

Al G7 di Evian, il 16-17 giugno 2026, Meloni e Trump si siedono fianco a fianco sul divanetto. Poi, il 19 giugno, Trump racconta in diretta a La7 che lei lo aveva supplicato di farsi una foto con lui. “Probabilmente è contenta che le abbia parlato. Non ero obbligato a farlo.”

Lei smentisce. Lo chiama bugiardo. Risponde in inglese su Instagram, perché certi messaggi vanno recapitati direttamente al destinatario senza intermediari. Applausi. Tifo. Standing ovation trasversale. Persino Renzi, che di Meloni non ha mai sopportato neanche l’ombra, definisce Trump “orribile, come sempre”, aggiungendo, con la grazia che lo contraddistingue, che Meloni “finalmente se n’è accorta anche lei.”

Bene. Ma poi?

Perché la domanda vera non è se Trump abbia mentito sulla foto. La domanda vera è: da quando, in questo paese, litigare con gli americani porta fortuna?

La tentazione di Sigonella

Ottobre 1985. Achille Lauro. Leon Klinghoffer ucciso e gettato in mare. I dirottatori intercettati e scaricati a Sigonella. Reagan vuole i prigionieri, subito, trasferiti negli USA. Craxi dice no. I carabinieri circondano la Delta Force. Alla fine Reagan cede, e scrive di suo pugno una lettera, “Dear Bettino”, per ricucire.

È la scena che molti stanno evocando in queste ore. Meloni come Craxi. L’Italia che fa l’Italia.

Resistete alla tentazione.

Craxi disse no a un atto concreto, l’estradizione di terroristi su suolo italiano, e lo fece sul piano del diritto internazionale, con i carabinieri schierati e il codice penale in mano. Reagan era un avversario duro ma istituzionale. Si arrabbiò, poi scrisse la lettera. Il prezzo del “no” di Craxi, semmai, arrivò dopo, per vie traverse, tra Tangentopoli e l’esilio ad Hammamet. Ma quella notte, Craxi aveva ragione e vinse.

Meloni ha risposto a un’offesa verbale con un video su Instagram. È un’altra cosa. Soprattutto perché Trump non è Reagan e non ricuce con lettere personali, non dimentica gli screzi, e trasforma le questioni di ego in rappresaglie politiche.

Il visto americano

Per capire dove siamo, vale la pena fare un piccolo tour della storia repubblicana.

Giorgio Napolitano, 1978. È il primo comunista italiano a ottenere il visto per gli USA — per intercessione di Andreotti, come rivelerà poi Wikileaks. Kissinger lo chiama “il mio comunista preferito.” Gli americani, in sostanza, decidono quale comunista italiano è ammissibile. Gli altri aspettino. Ventotto anni dopo, Napolitano diventerà Presidente della Repubblica per due volte. Con la stima degli americani cucita addosso.

Massimo D’Alema, 1998. Primo ex comunista a Palazzo Chigi. Cossiga sussurra che D’Alema è “il tassello indispensabile per poter fare la guerra in Kosovo.” E così fu. Prima la telefonata con Clinton, poi il permesso di esistere come premier. Nell’ordine. Il biglietto d’ingresso al club dei grandi si paga in anticipo, e in dollari.

Il meccanismo, fino a ieri, era chiaro, con Washington che garantiva stabilità, e Roma che garantiva lealtà atlantica. Un cerimoniale consolidato, bipartisan, collaudato da decenni. Il visto si timbrava, e poi si governava.

Il capolavoro di adattamento

Giorgia Meloni questo meccanismo lo conosce benissimo. Prima ancora di vincere le elezioni, costruisce rapporti con Steve Bannon e partecipa alla CPAC, il raduno della destra conservatrice americana, nel 2019 e nel 2022. Il passaporto per governare si prepara per tempo.

Poi nel 2020 vince Biden ed è necessario un precipitoso cambio di rotta. Via della Seta abbandonata, Ucraina sostenuta, atlantismo sbandierato. Nel luglio 2023, Biden la battezza nella Sala Ovale. L’estrema destra post-fascista italiana promossa a frequentabile. Missione compiuta.

Poi torna Trump. E Meloni riparte nella direzione opposta. Unica leader europea all’insediamento, ponte tra Washington e Bruxelles, vertice ad aprile sui dazi con la formula “zero per zero.” L’incontro si chiude con molti complimenti di Trump e nessuna concessione concreta. I dazi salgono al 30%.

Qui sta il corto circuito. Meloni ha applicato il vecchio manuale, avere sempre il visto di chi è al potere, credendo di poter gestire Trump con lo stesso schema usato con Biden. Ma Trump non chiede lealtà atlantica, chiede sudditanza personale. E quando Meloni si è sfilata sul dossier Iran, Trump non ha scritto “Dear Giorgia.” Ha chiamato La7.

Il verdetto (quello vero)

Gli applausi di questi giorni sono reali. Il video su Instagram funziona. La standing ovation è trasversale.

Ma è una bolla di ossigeno, non una vittoria strategica.

Meloni ha vinto la battaglia dei like e ha perso l’inizio della guerra con la Casa Bianca. Trump non è tipo da lasciar correre. I dazi restano, e la prossima telefonata sul contributo italiano alla Nato potrebbe riservare sorprese sgradevoli. Se Trump decidesse di punirla con un isolamento diplomatico mirato, quelle standing ovation si trasformerebbero rapidamente in un problema politico interno, perché la sua intera narrazione di governo si reggeva proprio sul rapporto privilegiato con Washington.

La storia ci insegna una cosa sola: in Italia, il “no” agli americani può regalare un’immagine da eroe nazionale. Ma se non è sostenuto da qualcosa di solido come un diritto, una trincea, un rapporto istituzionale vero, il conto arriva sempre. Craxi lo pagò con l’esilio. Napolitano evitò il conto pagando in anticipo. D’Alema pagò con una guerra.

Meloni, per ora, ha incassato gli applausi. Ma ‘o mericano fa ‘o mericano, e con le navi da guerra sempre vicine, come scriveva Pino Daniele nell’89 senza conoscere il Trump presidente, porta fortuna e non ti lascia mai solo. Anche se magari non ne apprezzi fino in fondo la compagnia…

Tag: