Avete presente il titolo sulla ragazza in coma bocciata per le troppe assenze a scuola? È falso.
Non la vicenda in sé, che invece è drammaticamente reale, ma i titoli dei giornali offline e online che hanno raccontato l’accaduto, quelli dicono una cosa che invece non è mai successa.
All’ “Enzo Ferrari” di Battipaglia, una studentessa diciassettenne è (tragicamente) in coma da oramai diciotto mesi. Manca da scuola dalla metà dell’anno scorso. L’anno scorso l’hanno promossa facendo affidamento sulle valutazioni della prima parte dell’anno. Quest’anno, purtroppo, a scuola non ci è mai stata. Non è stata neanche scrutinata. Sul tabellone finale compare la sigla N.C. che significa “non classificata” con cui il consiglio di classe dichiara di non disporre di elementi per esprimere alcun giudizio sul suo rendimento scolastico.
Il padre della ragazza dice che non è giusto. Ha inviato una lettera di diffida, chiedendo l’annullamento dello scrutinio e definendo l’esito “offensivo e disumano”. Le testate nazionali hanno titolato, con prevedibile uniformità: “ragazza in coma bocciata per troppe assenze”.
E allora conviene smontare subito la macchina narrativa, perché è lì che si gioca tutto.
Il dato giuridico
L’articolo 14 del DPR 122/2009 richiede, per la validità dell’anno, la frequenza di almeno tre quarti del monte ore. Prevede deroghe per malattia, terapie, gravi motivi di famiglia. Ma la deroga non è un gesto di clemenza a discrezione del preside o dei professori, è subordinata a una condizione tecnica precisa, e cioè che il consiglio di classe disponga comunque di elementi sufficienti per valutare. L’anno precedente c’erano i voti del primo quadrimestre, raccolti prima che la malattia la colpisse. Quest’anno quei voti non esistono perché semplicemente la ragazza era in coma.
La “non classificazione” non è dunque una bocciatura per rendimento ma la registrazione formale di un’impossibilità. La promozione “per umanità”, in omaggio alla situazione drammatica, semplicemente non esiste. Attestare un qualsiasi livello di rendimento di chi a scuola non aveva mai messo piede, sebbene per palesi cause di forza maggiore, è falso in atto pubblico. Il margine di scelta del dirigente e della scuola era, in termini stretti, nullo. E la scuola ha semplicemente dichiarato l’impossibilità di giudicare.
Questo è quanto. Sul piano del diritto, il caso è di una banalità imbarazzante.
Allora perché lo scandalo?
Perché il caso non funziona sul piano del diritto. Funziona sul piano del simbolo. E il simbolo dice una cosa molto più interessante della norma. Il simbolo evocato dai giornali dice che cosa è, realmente, nell’immaginario collettivo la scuola.
Un padre disperato, e nessuno qui può permettersi una parola di troppo sulla sua disperazione, non cerca conforto, non chiede solidarietà, ma invia una diffida. Usa uno strumento giudiziario, ma il lessico è quello dell’offesa morale.
La scuola non viene vissuta come un’istituzione che condivide un dolore, ma come una controparte ottusamente burocratica che lo infligge. La scuola è un antagonista. E i giornali, che del meccanismo sono il moltiplicatore, hanno offerto al padre esattamente il frame che cercava. Quello della scuola disumana, di preside e professori ciechi burocrati. Il frame del regolamento contro il cuore.
I giornali hanno riportato la posizione tecnica della scuola, ma come posizione tecnica, quasi una scusa inventata per l’occasione. I titoli invece parlavano d’altro.
La complessità è stata schiacciata in una formula emotiva, quella diretta alla pancia di chi legge, “bocciata in coma”. Perché la formula emotiva tira, e la spiegazione no. Lo spettacolo del dolore vende, l’articolo 14 del DPR 122/2009 non attira neanche l’attenzione.
La comunità educante? Non esiste
Qual è il punto sul quale vale davvero la pena fare attenzione?
Da almeno trent’anni la pedagogia ufficiale, la pubblicistica ministeriale, i POF e i PTOF, gli slogan delle giornate di formazione, perfino il contratto di lavoro del personale della scuola, ci raccontano la scuola come “comunità educante”. Si parla di “patto di corresponsabilità”, di “alleanza scuola-famiglia”, di un soggetto collettivo in cui docenti, studenti e genitori cooperano dentro un orizzonte condiviso. È il vocabolario con cui la scuola descrive se stessa allo specchio.
Il caso di Battipaglia mostra, in controluce, quanto quel vocabolario sia lettera morta. Perché nel momento della prova, e una ragazza in coma è la prova più dura immaginabile, la famiglia non si rivolge alla scuola come a una comunità di cui fa parte. Vi si rivolge come a uno sportello da contestare, a un’autorità da diffidare, a un nemico da denunciare sui giornali, al quale attribuire una colpa.
Il dirigente, in questa storia, ha fatto esattamente ciò che la retorica della comunità educante prescriverebbe. Ha ricordato pubblicamente la studentessa in un evento d’istituto. Ha mandato una docente a casa, a trovarla. Ha tenuto insieme il rispetto della norma e l’attenzione alla persona. Ma niente di tutto questo è entrato nella narrazione, perché la narrazione aveva già deciso il ruolo della scuola, quella del “sistema” che opprime.
Il bersaglio istituzionale
Il sospetto confermato dalla vicenda è che la scuola sia diventata, nell’immaginario collettivo, il bersaglio istituzionale a buon mercato. È l’apparato che si può attaccare senza costo, perché è percepito come potente abbastanza da meritare l’attacco e debole abbastanza perché non possa rispondere. Lo Stato astratto è inafferrabile; la sanità ti spaventa; la magistratura ti intimidisce. La scuola, no. La scuola ha i volti del preside e dei professori, e quei volti sono perfetti per essere additati come quelli dei responsabili.
Così ogni frustrazione sociale trova nella scuola un ufficio reclami a cielo aperto. Il professore che mette il quattro “se la prende” con tuo figlio. Il preside che applica una norma è un burocrate senza cuore. La bocciatura è sempre un’ingiustizia, mai un esito. E quando il caso ha dentro di sé un dolore vero e grande come una ragazza in coma, la macchina del bersaglio funziona a pieno regime, perché l’indignazione non ha bisogno di argomenti, le basta una sigla da fraintendere.
Il paradosso, allora, c’è. Non è paradossale che una scuola “bocci” una ragazza in coma, del resto la scuola non ha bocciato nessuno, ha solo certificato di non poter giudicare. È paradossale, invece, che al netto della retorica della comunità educante e via discorrendo, la scuola, alla prima occasione sia un avversario da portare in tribunale e in prima pagina. Il paradosso è un paradosso tutto culturale.
Una coda, per onestà
Resta una questione vera, che non va confusa con lo scandalo finto. L’ordinamento, oggi, non prevede una forma di sospensione o congelamento della carriera scolastica per chi si trovi in stato di coma prolungato, fuori da ogni categoria di frequenza e valutazione. È una lacuna reale, e qui il legislatore potrebbe o forse dovrebbe intervenire. Ma è esattamente la domanda che la narrazione del “bersaglio” rende impossibile porre, perché finché c’è un preside da diffidare, nessuno andrà a cercare la norma da scrivere. La possibilità di un bersaglio facile è sempre più comoda della fatica di riformare.












